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La Psicoterapia Sistemico Relazionale

Pubblicato il 27 marzo 2021 alle 07.20 Comments commenti (0)

La Sistemico Relazionale è uno dei tipi di psicoterapia attualmente più diffusi insieme alla terapia cognitivo-comportamentale.

Ritrova le sue origini nell’antropologo Gregory Bateson, iniziatore della teoria della comunicazione, che è il primo ad elaborare un concetto fondamentale, quello di soggetto contestuale. Bateson teorizza che la personalità dell’individuo si costruisca e strutturi sulla base di processi interattivi cioè delle relazioni che l’essere umano instaura con l’ambiente e gli altri individui, ponendo un forte accento sulla dimensione relazionale e sull’appartenenza dell’individuo a dei contesti specifici. L’essere umano non è una monade, un’entità a sé stante, ma è il centro di un’infinita rete di rapporti con il mondo e con gli altri esseri umani. L’uomo quindi fa parte di un sistema più ampio, di una rete di relazioni che si intersecano e in cui i vari membri in rapporto tra di loro si influenzano a vicenda. All’interno del sistema riveste un ruolo basilare la comunicazione, da intendere secondo le formulazioni della Scuola di Palo Alto: la comunicazione non è soltanto quella verbale, quella manifesta, “non si può non comunicare”. Ogni gesto che facciamo, ogni parola che pronunciamo, ogni decisione che prendiamo rappresentano una comunicazione, un messaggio lanciato agli altri, uno scambio di informazioni rispetto alle quali gli altri reagiscono e danno dei feedback.

Partendo dall’assunto che l’individuo non è disgiunto dagli altri, ma è parte integrante di un sistema (es. famiglia) il sintomo viene interpretato come messaggio che il singolo lancia alle persone per lui importanti, al suo sistema di riferimento, per manifestare un disagio che è proprio del sistema stesso. La teoria sistemico-relazionale, infatti, ritiene che la psicopatologia non dipenda esclusivamente da esperienze negative e traumi, ma anche e soprattutto dalle difficoltà incontrate all’interno del sistema di relazioni. L’individuo si fa portatore del sintomo, è il paziente designato che comincia a comportarsi in modo “strano” e problematico per esprimere un conflitto dell’intero nucleo. Il sintomo indica una disfunzionalità dell’intero sistema.

Ogni nucleo familiare è caratterizzato da una sua struttura, da regole interne e da modalità peculiari d'interazione tra i membri; in ogni famiglia viene a costituirsi, a partenza dalla fusione dei vari stili individuali di attaccamento e di accudimento, un modello operativo condiviso, una sorta di copione relazionale regolato da taciti accordi dove ad ognuno viene attribuito un ruolo fisso e dove vengono nutrite determinate aspettative e vengono attuate interazioni articolate secondo sequenze ripetitive (definite in psicologia ridondanze procedurali.

Gli strumenti nella psicoterapia sistemico-relazionale

Lo psicoterapeuta sistemico-relazionale utilizza un approccio concreto di analisi delle difficoltà attraverso il lavoro nel qui ed ora. Tiene conto di come la storia familiare (anche transgenerazionale) e le prospettive future vadano ad influenzare il contesto di riferimento, ma se ne occupa attraverso l'analisi delle difficoltà nel momento in cui esse si esprimono. Il lavoro si articola attraverso l'analisi della domanda e la formulazione di un chiaro contratto terapeutico. Si sviluppa poi esaminando le interazioni e coadiuvando la famiglia, la coppia o il singolo a trovare delle nuove soluzioni attraverso il lavoro sulla dimensione concreta di interazione.

Il sistema tende in generale a mantenere un'omeostasi del proprio equilibrio, vale a dire che si stabilizza utilizzando determinate modalità di funzionamento e di interazione. Un cambiamento presuppone, quindi, il passaggio attraverso la sperimentazione di nuove modalità di azione, di interazione e di riflessione che non sempre il singolo, la coppia e la famiglia, riescono ad effettuare autonomamente. L'aiuto di uno psicoterapeuta consente di trovare spazio e modo per riflettere sulle problematiche e sperimentare nuove modalità di interazione ed espressione che possano consentire lo stabilizzarsi del sistema su un equilibrio diverso e maggiormente soddisfacente, ampliando le proprie possibilità e strategie per affrontare le difficoltà.

La psicoterapia sistemico-relazionale supporta nel cogliere il significato di certi comportamenti o manifestazioni sintomatiche, ne enuclea vantaggi e svantaggi per l'intero sistema, supporta la famiglia, la coppia o l'individuo in questo delicato processo di analisi e facilita il lavoro per l'individuazione e la sperimentazione di nuove strategie in relazione agli obiettivi concordati nel contratto terapeutico.

Sitografia:

stateofmind.it

https /www.lafenicepsicologia.it/terapia-sistemico-relazionale/

cmtf.it

 

I DSA - disturbi specifici dell'apprendimento

Pubblicato il 13 febbraio 2018 alle 07.25 Comments commenti (0)

I DSA (disturbi specifici dell’apprendimento): cosa sono?

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono un insieme eterogeneo di sindromi con alcuni elementi di sovrapposizione (Cornoldi C., 1991, I Disturbi dell’Apprendimento. Bologna: Il Mulino).

Diffusione dei DSA

Ad oggi si stima che tra la terza e la quinta classe primaria e la terza classe della secondaria di primo grado, il valore medio della prevalenza dei DSA vari dal 3 al 4%. Questo range può dipendere dell’età in cui viene effettuata la diagnosi e dal tipo di strumenti utilizzati per la diagnosi. (Consensus Conference promossa dall’AID, 2007)

Disturbi a-specifici Considerando la carriera scolastica di moltissimi studenti ci si accorge che oltre ai DSA ci sono altre problematiche più spesso legate al contesto familiare, al contesto scolastico o alla motivazione dello studente stesso (anche definiti disturbi non specifici dell'apprendimento). Si riferiscono a una disabilità ad acquisire nuove conoscenze e competenze non limitata a uno o più settori specifici delle competenze scolastiche, ma estesa a più settori. Queste problematiche coinvolgono circa il 20% degli studenti italiani (uno studente su cinque) (Cornoldi C., 1991).

Disturbi Specifici dell'Apprendimento: diagnosi

I Disturbi dell’Apprendimento vengono diagnosticati quando i risultati ottenuti dal soggetto in test standardizzati, somministrati individualmente, su lettura, calcolo, o espressione scritta risultano significativamente al di sotto di quanto previsto in base all’età, all’istruzione, e al livello di intelligenza. Queste difficoltà di apprendimento interferiscono in modo significativo con i risultati scolastici o con le attività della vita quotidiana che richiedono capacità di lettura, di calcolo, o di scrittura (DSM-IV, APA, 1995).

I DSA sono altamente associati tra loro: spesso alle difficoltà di lettura si accompagnano anche problemi ortografici, di grafia e di calcolo. I DSA riguardano bambini con un'intelligenza nella norma, che non hanno problemi sensoriali (vista, udito) e neurologici e che hanno avuto adeguate possibilità di familiarizzare con la lingua scritta.

Criteri che caratterizzano i DSA

La principale caratteristica per una definizione dei DSA è quella della specificità: il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale.

Possiamo quindi dedurre che il criterio principale necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della discrepanza tra abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).

Pertanto, ne derivano la necessità di usare test standardizzati (per misurare l’intelligenza generale e l’abilità specifica) e la necessità di escludere la presenza di altre condizioni che potrebbero influenzare i risultati di questi test (menomazioni sensoriali/neurologiche, inadeguata istruzione scolastica, situazioni ambientali di svantaggio, disturbi significativi della sfera emotiva).

Citeri utili per la definizione dei DSA:

- il carattere “evolutivo”;

- la quasi costante associazione ad altri disturbi (comorbilità;);

- la diversa espressività del disturbo nelle diverse fasi evolutive;

- il carattere neurobiologico delle anomalie processuali che caratterizzano i DSA;

- il disturbo specifico deve comportare una compromissione significativa e negativa per l’adattamento scolastico e/o per le attività della vita quotidiana.

La pratica clinica evidenzia un’alta presenza di comorbilità sia fra i disturbi specifici dell’apprendimento sia con altre condizioni cliniche quali disprassie, disturbi del comportamento e dell’umore, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), disturbi d’ansia, ecc.

In sintesi i DSA:

- si manifestano in soggetti normodotati (intellettivamente);

- sono di origine costituzionale (neurobiologica);

- difficilmente pronosticabili prima dell’età scolare;

- accompagnano il soggetto nel corso del suo sviluppo;

- spesso accompagnati da manifestazioni psicologiche e relazionali disturbate;

- sono spesso associati a disturbi dell’attenzione e dell’iperattività;

- tendono a persistere nel tempo;

- possono migliorare molto lentamente e non sempre portano a una risoluzione del disturbo.

I soggetti con un DSA quando leggono, scrivono e calcolano devono fare ricorso a molte risorse attentive perché per loro questi compiti richiedono un impegno cognitivo ingente. Sono quindi bambini lenti che commettono molti errori e si affaticano facilmente. Poter leggere, scrivere e lavorare con i numeri per questi bambini richiede il massimo impegno di tutte le capacità ed energie.

La Psiconcologia: l'impatto del Cancro sul Sistema Familiare

Pubblicato il 18 dicembre 2017 alle 04.25 Comments commenti (1489)

L’approccio psiconcologico nasce alla fine degli anni Settanta seguendo quella prospettiva integrata di rete che oggi ritroviamo nel Chronic Care Model, trovando le sue radici concettuali in una filosofia della cura che vede il paziente all’interno del più vasto contesto della famiglia, della comunità e della propria cultura, con i suoi riti e i suoi valori. (Galli M., 2013)

È una disciplina professionale che si concentra sulle dimensioni psicosociali e comportamentali delle malattie neoplastiche, come parte di un approccio comprensivo e globale al paziente e alla sua famiglia. È ormai condiviso in oncologia che la cura psicologica è parte integrante della cura medica e che la presa in carico sia necessaria dall’inizio del percorso terapeutico, attraverso un approccio multidisciplinare. (Galli M., 2013)

La psiconcologia è una branca specialistica che si occupa degli aspetti psicologici legati alle malattie oncologiche e che approfondisce in particolare:

• l’impatto psicologico e sociale della malattia sul paziente, la sua famiglia, l’equipe curante;

• il ruolo dei fattori psicologici nella prevenzione, nella diagnosi precoce e cura dei tumori.

Ciò che riguarda il corpo, infatti, comporta profonde implicazioni emotive che a loro volta vanno ad influenzare il benessere organico. La malattia oncologia genera una vera e propria “crisi emotiva” nel paziente e nei suoi familiari che possono non avere sufficienti risorse personali o ambientali per far fronte alle difficoltà.

Il supporto psicologico ha lo scopo:

• di alleviare la sofferenza legate ai momenti stressanti della malattia;

• di potenziare le strategie di pazienti e familiari per fronteggiare la situazione di malattia o discuterne delle nuove.

Le tematiche psiconcologiche sono infatti presenti in tutte le fasi del percorso assistenziale dalla prevenzione alla fine della vita e le occasioni di intervento psiconcologico possono avvenire in contesto ospedaliero, territoriale o a domicilio, con il possibile coinvolgimento di tutta la rete socio-assistenziale del paziente nel suo complesso.

I campi di intervento:

• Il paziente: la comunicazione di prima diagnosi o di recidiva rappresenta un momento particolarmente difficile da un punto di vista emotivo. Il primo momento di disorientamento o incredulità può far emergere vissuti individuali o collettivi di “catastrofe”, di “condanna irreversibile”. In seguito, un senso di “rabbia” nei confronti del “destino” o degli operatori può condurre a momenti di ansia, confusione, scarsa aderenza ai trattamenti. Il successivo adattamento e la conseguente riorganizzazione dipendono da variabili soggettive e fanno perno sulle risorse adattative del paziente. La malattia, ma anche i trattamenti possono modificare l’immagine corporea, con ripercussioni psichiche individuali, di coppia e, comunque, familiari e sociali. L’intervento psicologico dovrà avvenire sia in maniera preventiva, con un’adeguata informazione, sia favorendo l’espressione e l’ascolto delle reazioni emozionali del paziente, sia con azioni di sostegno all’elaborazione e alla messa in atto di meccanismi di riorganizzazione.

• La famiglia: il cancro rappresenta a livello sociale l’archetipo della malattia mortale e pertanto determina un particolare disordine emotivo ed esistenziale non solo in chi ne viene colpito, ma anche nelle persone che svolgono una funzione di supporto e di assistenza. Il cancro colpisce non solo il paziente ma anche ogni singolo membro della sua famiglia, minaccia di separare il paziente emotivamente e fisicamente dai familiari, ponendo pesanti preoccupazioni e incertezze sul futuro. L’esordio neoplastico è un evento traumatico familiare, che minaccia l’unità della famiglia e che comporta cambiamenti importanti nella sua struttura e nel suo funzionamento (Grassi L., Biondi M., Costantini A., 2009): il cancro evoca immediatamente su tutti i componenti della famiglia il fantasma della morte, racchiudendo in sé un profondo senso di minaccia, di disgregazione, di colpa e di disperazione. È un evento critico che attiva di per sé una transizione, un momento durante il quale gli equilibri si modificano e tutti i componenti si attivano per far fronte alla situazione.

Ci si trova a combattere con la “sospensione della vita” dove tutto viene messo in discussione, dove si impara a convivere con il paradosso per cui curarsi può significare, a volte, dover soffrire più a lungo. (Bonetti M., Ruffato M.T., 2001)

S’impongono, oltretutto, nuove esigenze, modificazioni dell’attività e degli obiettivi familiari, una minor energia da utilizzare per gli altri membri della famiglia. La malattia rappresenta un momento critico, non solo per chi ne è affetto, ma anche per chi circonda la persona ammalata. (Invernizzi et al., 2000)

Nel tentativo di mantenere l’omeostasi adattandosi alla malattia, la famiglia segue un processo che implica l’attraversamento di fasi che spesso sono parallele e quelle che vive il paziente stesso.

La modalità in cui risponde la famiglia è interconnessa a diverse variabili come il momento della vita in cui i sintomi compaiono (ciclo vitale), i tratti di personalità, il bagaglio di esperienze personali di malattia, lo stile individuale con cui l’attenzione e i comportamenti vengono rivolti alla salute.

Le risposte delle famiglie a tale cambiamento sono diverse: alcune famiglie si riuniscono, altre sono lacerate dal cancro; tuttavia nessuno nella famiglia può sfuggire ai mutamenti indotti da una malattia che minaccia la sopravvivenza di uno dei suoi appartenenti.

Quando un individuo perde la propria condizione di salute si genera un inevitabile arresto o involuzione del ciclo di vita della famiglia. La perdita di autonomia può collocare il soggetto malato in una condizione di dipendenza dai propri familiari, con temporanei rientri nella famiglia di origine, e conseguenti ripercussioni nella coppia o nella nuova famiglia costituita.

Nel caso di coppie giovani con figli piccoli la malattia può causare una temporanea riduzione delle funzioni di accudimento, provocando un profondo senso di mortificazione nel paziente e conseguenti ripercussioni emotive sulla prole.

L’adattamento della famiglia alla diagnosi di cancro è un processo continuo scandito da numerosi momenti critici. Poiché la crisi è, al tempo stesso, un rischio ed un’opportunità, il possibile sbilanciamento della famiglia può essere inteso come la possibilità di acquisire resilienza e benessere nonché di apprendere nuove strategie adattive.

Le reazioni della famiglia al cancro non sono mai esattamente prevedibili e variano a seconda delle fasi della malattia, a seconda del ruolo che il membro malato ha nella famiglia, ancora in base alla qualità delle relazioni familiari e tali reazioni giocano un ruolo di primo piano nel facilitare od ostacolare il processo di adattamento psicosociale del paziente. Alcune famiglie riescono ad adattarsi alla nuova situazione in maniera elastica, altre tendono a stringere le maglie: i confini con il mondo esterno s’irrigidiscono divenendo impermeabili agli stimoli e alle sollecitazioni, mentre quelli della famiglia diventano più labili e più confusi.

Il cancro, per sua natura, può offrire molte opportunità per rafforzare le relazioni familiari o, al contrario, determinare isolamento da tutti i membri della famiglia. I pazienti, d’altro canto, possono percepirsi come differenti e distanti da tutti gli altri membri sani della famiglia.

La famiglia sicuramente gioca un ruolo essenziale sia nella cura del cancro che nell’adattamento a lungo termine alla malattia. I membri della famiglia sono attivamente impegnati nel sostegno emotivo del paziente per aiutarlo a modulare l’esperienza di malattia mentre essi stessi tentano di gestire le proprie emozioni profonde.

La malattia cronica si assimila al percorso di vita e allo sviluppo della propria singolarità che la malattia medesima diviene inseparabile dalla vita stessa. (Kleiman A., 1988 ).

Nella rete di sostegno informale del paziente la famiglia svolge un ruolo di primaria importanza. L’assistenza globale al paziente contempla dunque l’inclusione del nucleo familiare nel contesto di cura, come possibile risorsa, considerando che i membri della famiglia ricoprono due ruoli distinti (Cassileth B.R. et al., 1985):

- Agiscono come prima linea di supporto emozionale;

- Costituiscono assieme al paziente, un’unità richiedente cure e bisognosa a sua volta di attenzione e supporto.

L’intervento psiconcologico non può prescindere da una valutazione dell’impatto della malattia sul sistema familiare del paziente e verso i caregivers, al fine di attivare risorse di supporto adeguate e favorire un adattamento quanto più adeguato alla nuova situazione di vita.


Il Tutto è maggiore della somma delle parti

La malattia neoplastica non è solo una malattia organica. Il cancro causa una perdita nei diversi livelli della persona: perdita dell’integrità fisica (ovvero una caduta della propria immagine e alterazione del vissuto corporeo a causa di interventi chirurgici e/o effetti collaterali delle terapie), perdita delle sicurezze, della progettualità e della proiezione nel futuro con senso d’incertezza e instabilità e, non ultimo, perdita del ruolo familiare e sociale, con cambiamenti nei rapporti interpersonali, lavorativi e sociali con timore della stigmatizzazione.

Non è pensabile che la maggior parte delle patologie diffuse nella popolazione generale possa essere gestito con il modello biomedico tradizionale. E di conseguenza è cambiato il paziente, sempre meno passivo e sempre più attivamente alla ricerca di "alleanze" terapeutiche attive.

Vi è necessità di legare la psicologia sanitaria alla gestione integrata della cronicità (disease management).

L’impatto del Cancro sul paziente e sul sistema

Le reazioni psicologiche del paziente alla malattia neoplastica sono molteplici. La capacità del paziente di mettere in atto tutta una serie di risorse e meccanismi adattivi dipende dai differenti fattori di tipo medico, psicologico e sociale.

Tra questi fattori, quelli costituiti dalla minaccia che il cancro rappresenta verso la realizzazione di obiettivi evolutivi e di crescita risultano assai importanti per la peculiarità e la specificità dell’impatto e dipendono dalla fase di vita in cui si trova il paziente. (Bellani M.L. et al., 2002)

Nel caso di una neoplasia, gli elementi che concorrono a determinare le conseguenze della diagnosi sono molteplici: il significato attribuito all’evento che sollecita la trasformazione, la capacità della famiglia di riconoscere ed organizzare le risorse personali, familiari e sociali e il ruolo del malato all’interno della famiglia.

Il sistema familiare è l’esito di processi morfostatici che ne garantiscono la continuità e la stabilità nei confronti delle continue variazioni dell’ambiente circostante o interno, e di processi morfogenetici che ne regolano le trasformazioni. Esistono fattori a alto impatto, che vincolano l’esistenza del sistema. A mio modesto parere, il cancro appartiene alla categoria delle “patologie della famiglia” a causa dell’impatto sul funzionamento del sistema, sui ruoli e sulle relazioni dell’ambiente circostante il malato e al disagio e sofferenza provocati: la malattia medesima diviene inseparabile dalla vita stessa.

Nel tentativo di mantenere l’omeostasi adattandosi alla malattia, la famiglia segue un processo che implica l’attraversamento di fasi che spesso sono parallele e quelle che vive il paziente stesso. La modalità in cui la famiglia risponde è interconnessa a diverse variabili come la fase del ciclo vitale, i tratti di personalità, il bagaglio di esperienze personali di malattia, lo stile individuale con cui l’attenzione e i comportamenti vengono rivolti alla salute.

La malattia, quando compare, entra a tutti gli effetti nella storia e nel ciclo vitale personale e del sistema familiare, interferendo potentemente con la sua evoluzione, cioè con il suo continuo ristrutturarsi.

In Giappone, quando un oggetto si rompe, valorizzano la crepa anziché nasconderla, riempiendo la spaccatura con dell'oro. Questa tecnica è chiamata Kintsugi.

Essi credono che anche una ferita possa impreziosire tutto ciò che ha una storia.

Il nostro lavoro può aiutare i pazienti e i loro familiari a riempire con l’oro le spaccature causate dalla malattia, creando un nuova ed arricchita idea di sé e del sistema.


BIBLIOGRAFIA

 BELLANI M.L., MORASSO G., AMADORI D., ORRÙ W., GRASSI L., CASALI P.G., BRUZZI P. (2002). Psiconcologia. Masson S.p.a., Milano.

 BONETTI M., RUFFATO M.T. (2001). Il dolore narrato. La comunicazione con il malato neoplastico grave. Centro Scientifico Editore, Torino.

 CASSILETH B.R., LUSK E.J., STROUSE T.B. (1985). A psychological analysis of cancer patients and their next-of-kin. Cancer; 55: 72-76.

 GALLI M. (2013). Un approccio sistemico in psiconcologia. Il paziente, la coppia, la famiglia. In: Psiconcologia e Psicoterapia, Psicobiettivo; 1:51-72.

 GRASSI L., BIONDI M., COSTANTINI A. (2009) Manuale pratico di Psico-oncologia. Il Pensiero Scientifico Editore.

 KLEIMAN A. (1988). “The illness narratives”, New York, Basic Books.

 INVERNIZZI G., COSTA A., BRESSI C., GUGGERI G. (2000). I malati di tumore e i loro familiari. Come affrontare la malattia. Raffaello Cortina Editore, Milano.


Chi è lo Psicoterapeuta?

Pubblicato il 23 novembre 2017 alle 08.05 Comments commenti (0)

Tranne per chi lavora nell'ambito, c'è molta confusione sulla figura dello Psicoterapeuta. Cerchero di aiutarvi a capirci qualcosa, usando diverse fonti (che citerò in fondo al blog).

Partiamo con differenziare tre figure ben distinte: psicologo, psicoterapeuta e psichiatra.

CHI E' LO PSICOLOGO? Lo Psicologo è un soggetto che ha frequentato e concluso un percorso quinquennale in Psicologia, che ha poi svolto un anno di tirocinio all’interno di strutture pubbliche o private convenzionate con l’Università di provenienza, che ha successivamente sostenuto e superato l’Esame di Stato e che si è infine iscritto all’Ordine degli Psicologi della regione italiana di residenza o di un’altra regione. Solo l’iscrizione all’Ordine degli Psicologi dà quindi diritto ad esercitare tale professione ed offre garanzie sulla qualità dell’intervento. Gli psicologi non sono tutti uguali, esistono all'interno delle università indirizzi formativi diversi: psicologia clinica e di comunità, psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicologia dello sviluppo e dell'educazione, psicologia generale e sperimentale.

Cosa può fare? Tutti gli Psicologi possono dopo l’iscrizione all’Albo effettuare colloqui di sostegno, somministrare test, attuare consulenzediagnostiche e psicologiche (vedi DPR 328/01).

Cosa non può fare? Quel che gli psicologi non possono fare è svolgere una terapia per i disturbi psicologici che magari possono aver evidenziato durante il loro lavoro di consulenza. Per tale attività non possiede le competenze e conoscenze. La cura dei disturbi psicologici attiene come vedremo allo psicoterapeuta. Lo psicologo non fornisce inoltre ai suoi utenti un aiuto farmacologico, che spetta unicamente a professionisti iscritti all’Albo dei Medici.


CHI È LO PSICOTERAPEUTA? Lo Psicoterapeuta è un soggetto laureato in Psicologia o Medicina e iscritto ai relativi Albi, il quale ha sostenuto una formazione post-universitaria di almeno quattro anni riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (M.I.U.R.). Durante questo percorso è obbligatorio un tirocinio di minimo 400 ore presso strutture convenzionate. Alcune scuole di psicoterapia richiedono inoltre un percorso di analisi personale a cui lo stesso psicoterapeuta è tenuto a sottoporsi prima del termine dell’iter formativo.

Cosa può fare? Lo psicoterapeuta può essere sia medico che psicologo; nel caso che sia psicologo può esercitare tutte le attività dello psicologo ed in più la psicoterapia, nel caso che sia medico può esercitare le attività del medico e quelle dello psicoterapeuta. L'attività dello psicoterapeuta è una pratica terapeutica che si occupa della cura di disturbi psicopatologici della psiche umana di natura ed entità diversa, che vanno da forme di modesto disagio personale alla sintomatologia grave, ed agisce attraverso l’utilizzo di due strumenti, il colloquio clinico e la relazione terapeutica. La psicoterapia va quindi più in profondità rispetto alla consulenza psicologica. Le scuole di specializzazione che permettono l'iscrizione all'albo degli psicoterapeuti sono varie e si differenziano a seconda del quadro teorico di riferimento, tra le quali quella ad indirizzo cognitivo-comportamentale, quella sistemico-familiare e quella psicoanalitica.

CHI È LO PSICHIATRA? Lo Psichiatra è un soggetto laureato in medicina, che ha conseguito una specializzazione post lauream in Psichiatria. È orientato a trattare i disturbi mentali da un punto di vista medico, considerando il funzionamento o non funzionamento del sistema nervoso in senso biochimico e attraverso la prescrizione di psicofarmaci. Per la cura di specifici disturbi può essere indicato che lo Psicologo Psicoterapeuta collabori con lo Psichiatra nella presa in carico del paziente e che quindi alla psicoterapia si associ una terapia farmacologica. Solo qualora abbia effettuato un percorso formativo in psicoterapia lo Psichiatra è abilitato al suo esercizio, per cui, tra gli Psicoterapeuti, si possono trovare anche Psichiatri Psicoterapeuti.

ALTRE FIGURE Esiste la presenza di altre “figure” che, a vario titolo e con diversi tipi di formazione, asseriscono di potersi occupare del disagio mentale. Ciò spesso è fonte di disinformazione e confusione in chi necessita di un intervento specialistico senza avere riferimenti chiari. È bene specificare innanzitutto che tali figure “non sono regolamentate”. Si presentano al pubblico con vari nomi, tra i più diffusi vi sono quelli di counselor, coach, motivatore, e così via. Il basso costo dei titoli rilasciati e l’assenza di requisiti scolastici di base - a volte è infatti sufficiente il diploma di terza media inferiore per avervi accesso - hanno fatto si che tali figure siano da alcuni anni in forte crescita numerica. “Non regolamentate” significa che, potenzialmente, chiunque potrebbe proporsi sul mercato con uno di questi nomi. Anche se vi sono a volte delle “associazioni” e degli “albi”, queste forme di registrazione non sono né riconosciute né tantomeno regolate dalla nostra legislazione. Tutto ciò contribuisce ad alimentare confusione sulla natura degli interventi proposti e sulle competenze possedute da tali sedicenti figure. Nel pieno riguardo di ogni professionalità e della libertà di rivolgersi alla figura prescelta, si consiglia di chiedere sempre le dovute informazioni al professionista contattato, in merito alla sua formazione, al numero d’iscrizione all’Albo, alle competenze ed al tipo d’intervento proposto, nel rispetto della chiarezza deontologica e della tutela della propria salute.

COS'E' LA PSICOTERAPIA? La psicoterapia è una pratica terapeutica ad opera di uno psicoterapeuta (psicologo o medico, adeguatamente specializzato), che si occupa della cura di disturbi psicopatologici di natura ed entità diversa, che vanno dal modesto disadattamento o disagio personale fino alla sintomatologia grave, e che possono manifestarsi in sintomi nevrotici oppure psicotici tali da nuocere al benessere di una persona fino ad ostacolarne lo sviluppo, causando fattiva disabilità nella vita dell'individuo.

Più specificamente, la psicoterapia è il processo in cui una persona, una coppia, una famiglia o un gruppo di persone incontrano uno psicoterapeuta con l’obiettivo di risolvere i propri problemi relativi alla sfera del comportamento, delle emozioni, delle credenze o del proprio modo di pensare.

A questo scopo la psicoterapia si avvale di conoscenze teoriche e pratiche maturate in seno alla Psicologia. Le conoscenze teoriche riguardano la comprensione del funzionamento dell’essere umano dal punto di vista psicologico. Le conoscenze pratiche rappresentano invece gli strumenti di intervento veri e propri, come ad esempio l’analisi dei sogni, l’ipnosi, l’intervento paradossale, il colloquio. Le conoscenze teoriche sono la Mappa, le conoscenze pratiche permettono di viaggiare concretamente nel Territorio.


PERCHE' ANDARE IN TERAPIA? Una persona decide di andare in terapia perché è bloccata.

Può sentirsi tale oppure ciò essere evidente dal suo comportamento, ma in entrambi i casi vi è un blocco che le impedisce di svolgere una vita completa ed appagante. Si potrebbe domandare: "Cos'ha questo a che vedere con ansia, depressione, panico, fobie, disturbi ossessivo-compulsivi, adolescenti ribelli, abuso di sostanze, bullismo e altro?" La risposta è: tutto quanto.

Quando qualcuno arriva in terapia spontaneamente, o trascinato dai parenti, l'elemento comune è che il suo comportamento, le sue sensazioni, i suoi pensieri e le sue percezioni sono diventate inappropriate. E non capisce perché si senta così arrabbiato, depresso, così ossessionato da tutte quelle banalità, così impaurito dal nulla.

Dice di sentirsi inutile, che lo odiano, che il governo gli dà la caccia come terrorista e che deve nascondersi, che nessuna donna può volergli bene, oppure che tutte le donne lo amano. Magari sta rovinandosi la vita abusando di sostanze o gioco d'azzardo nonostante il suo desiderio di smettere, oppure si lava le mani fino a rovinarsele, perfettamente cosciente di quanto tutto ciò sia senza senso e distruttivo. Potrebbe picchiare a sangue la moglie o la fidanzata giurando però di amarla. Allontana da sé le persone con i suoi atteggiamenti arroganti e orgogliosi, si rovina da solo tutte le chance di successo sociale e professionale, eppure è il primo a notare negli altri questi schemi così distruttivi. Si lascia coinvolgere in una relazione masochistica, ogni volta soffrendo gli abusi e l'insensibilità del partner, giurando di non rifare mai più quell'errore. Oppure è colto all'improvviso dai sudori freddi, il cuore inizia ad accelerare e si trova paralizzato dalla paura di fronte alla porta di un ascensore. Eppure sa benissimo quanto sicuri sono gli ascensori e che, infatti, ha più probabilità di scivolare e farsi male entrando in una vasca da bagno.

Queste persone non capiscono cos'è che fa mettere loro in atto questi comportamenti, sentire queste sensazioni e assumere questi punti di vista. Sono consapevoli di essere infelici, anzi spesso sono più che intelligenti per rendersi conto che tutto ciò non ha senso, ma per qualche ragione non riescono a cambiare.

Lo stesso si applica alle coppie rissose, o ai bambini e agli adolescenti che sembrano divertirsi con i loro comportamenti disfunzionali. L'adolescente che ruba e si fa continuamente di canne e amfetamine di solito lo capisce, ma siccome ciò lo fa stare bene in quel momento, la sua vita inizia a ruotare esclusivamente attorno a quello. E questo gli impedisce di fare altre cose e di costruire alcunché nella vita - anche se difficilmente si riesce a farglielo ammettere apertamente.

Tutte queste persone sono in qualche modo bloccate. Desideri, bisogni, motivazioni, sensazioni e anche pensieri e percezioni sono diventati disfunzionali e influiscono pesantemente sulle loro vite. Quindi, il bambino fuori controllo inviato dal giudice in terapia è bloccato nello stesso senso in cui lo è l'adulto pauroso. E le loro terapie procederanno probabilmente attraverso passi simili, anche se magari uno di loro non aprirà bocca durante le prime sedute.

A volte le persone si bloccano persino riguardo alla capacità d'identificare il piacere. Infatti, di tutte le persone che arrivano in terapia lamentando problemi sessuali, solo un'esigua minoranza ne ha davvero. Tutte le altre si scopre che hanno una fisiologia e degli organi sessuali perfettamente funzionanti, ma che ci sono delle situazioni interpersonali nelle quali altre sensazioni (di solito paura e rabbia) stanno interferendo con la loro sessualità.

La psicoterapia può esser svolta in diverse forme: in maniera individuale, in coppia, familiare (non deve per forza esser presente tutto il nucleo familiare) o in gruppo.



www.psicoterapia-psicoanalisi.com

www.wikipedia.it

www.medicitalia.it


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